Eyes Wide Shut

Eyes wide shut di Stanley Kubrick: Il colore come espressione dell’interiorità

A distanza di vent’anni dalla scomparsa del genio Stanley Kubrick desideriamo proporvi un breve approfondimento su Eyes wide shut.

Partendo dal presupposto che lo stesso regista non amava che si analizzassero le opere filmiche, trattandosi di un terreno non verbale: analizzarle «non ha senso, ha solo un superficiale significato culturale buono per i critici e gli insegnanti che devono guadagnarsi da vivere». 

Quello che ci preme in questo caso affrontare è l’aspetto figurativo e l’elemento fotografico. Gli interpreti del discusso film, come sappiano, sono gli allora coniugi Tom Cruise e Nicole Kidman, rispettivamente Bill e Alice Harford.

Il concetto di coppia non è solo al centro della narrazione, ma come accade al cospetto dei grandi autori viene espresso attraverso la messinscena che qui in particolare racchiude diversi significati simbolici: Eyes wide shut infatti è basato su un forte dualismo di contenuti e forma.

Lo stesso titolo rimanda a un ossimoro che, se tradotto in modo letterale, avverte già lo spettatore della complessità dell’opera: “occhi spalancati chiusi”. Questo contrasto tra sogno e realtà, tra desiderio e razionalità rappresenta il centro del pensiero filmico ed è espresso emblematicamente in termini visivi.

La maggior parte delle inquadrature infatti sono giocate sulla contrapposizione dei due attori, intesi come due distinti generi e universi, sia fisici che mentali: l’uomo e la donna. Questo non avviene attraverso il montaggio (il classico campo/controcampo) ma piuttosto attraverso la composizione e la qualità della singola immagine.

Nello specifico il particolare uso della fotografia mette in risalto la contrapposizione attraverso l’uso sapiente dei colori.

La presentazione stessa dei personaggi avviene attraverso l’utilizzo di due colorazioni estremamente diverse.

Il film si apre con l’immagine di Nicole Kidman ripresa di schiena, nuda, mentre si veste per una serata mondana: appare contornata da luci calde gialle e, oltre al bellissimo corpo, spiccano le tende rosse dell’appartamento. Al contrario, Tom Cruise è attorniato da una luce blu, che trasmette freddezza.

Per l’intera durata del film i colori predominanti sono il rosso e il blu e il loro rapporto contrastante. Fin dalle prime scene si può notare come il rosso venga associato al senso del pericolo, alla passione e all’istinto sessuale. È rossa la macchina che accompagna il protagonista alla villa settecentesca dove ha luogo il rito orgiastico, così come le tende, la moquette e il mantello del sacerdote che celebra la cerimonia, che molti hanno definito in bilico tra il massonico e il satanico.

Rossi sono i capelli della prostituta salvata da una overdose nel bagno di Ziegler (ricco cliente di Bill) e lo sono anche i capelli della seconda prostituta che Bill incontra durante il suo irrequieto girovagare notturno per la città di New York. Potremmo citare anche le coperte del letto matrimoniale dei due protagonisti e la moquette del biliardo nella residenza di Ziegler.

Il blu, anch’esso presente in quasi tutte le inquadrature, assume il significato del mistero e dell’ignoto: il cancello della villa è stranamente dipinto di blu, il portone del lussuoso appartamento di Bill è blu, così come i neon dei vari locali notturni della metropoli.

La scena in cui Alice confessa al marito il suo imbarazzante sogno è interamente girata con una colazione blu, la tonalità che proviene dalle finestre dell’appartamento e che denota la maggior parte delle scene girate in interni, comprese quelle iniziali.

La notte e il sogno sono elementi oscuri e temibili ma, allo stesso tempo, suscitano un potente interesse e un’intensa attrazione. La passione e l’istinto (rosso) possono infatti condurre alla ricerca del mistero e dell’ignoto (blu) fino a fondersi tra loro in una complesso calderone di emozioni: a questo proposito possiamo infatti notare come l’unione del colore rosso e del colore blu produca il viola, altra tonalità molto usata nel film (per citarne alcune, il vestito della prostituta

Domino che successivamente si scopre essere malata di Aids, le vesti delle due misteriose figure che affiancano il celebrante del rito orgiastico) oltre ad essere il colore di sfondo scelto per la locandina ufficiale del film.

Un altro contrasto messo in scena da Kubrick è visibile nella scelta fatta per rappresentare una sequenza che ricorre più volte all’interno della pellicola: si tratta dell’immagine che Bill crea nella sua mente dopo il racconto di sua moglie, che Kubrick decide di mostrare in bianco e nero.

Sotto l’effetto di marijuana la coppia discute a proposito del ruolo dell’uomo e della donna (di nuovo il concetto di contrapposizione) ed Alice, piuttosto infastidita dai cliché esternati dal marito gli confida che l’attrazione che anni addietro ebbe per un uomo in alta uniforme fu talmente forte che avrebbe lasciato la famiglia per una sola notte di sesso. Questo desiderio, mai consumato, ma svelato, sconvolge Bill e mette in moto la sua odissea notturna, che non lo porterà mai a compiere un vero tradimento.

In questo caso la scelta del bianco e nero, oltre a discostarsi inevitabilmente dal resto delle sequenze, può assumere una particolare connotazione: questa scena non è un ricordo, non è un sogno, ma è frutto di un pensiero angoscioso che diventa, per l’suo del bianco e nero, quasi astratto. Diventa l’immagine di un’immaginazione.

Il bianco e il nero sono però anche un ulteriore esempio di dualismo e contrasto: anche la scenografia e i costumi, essendo parte integrante della messinscena, non vengono scelti a caso. La Kidman indossa un intimo bianco, così come la ragazzina venduta dal padre proprietario del negozio di costumi. Questo tipo di biancheria, senz’altro più “castigata”, appare in contrasto con il perizoma nero indossato dalle “sacerdotesse” del rito sopracitato.

A differenza di quanto appena detto per Alice, il personaggio di Bill indossa quasi sempre indumenti scuri, smoking nero, cappotto nero, mantello con cappuccio rigorosamente nero, come se fosse un’ombra, anziché un corpo: un’ombra perché assiste senza agire, guarda ma non vede.

Le vicende del film infatti, nonostante possano apparire intricate, non rivoluzionano l’assetto familiare. Le avventure mentali dei due protagonisti creano sì degli squilibri, ma di fatto nulla sembra cambiare in modo radicale, almeno per quanto concerne Bill.

Nonostante sia la figura maschile ad occupare più spazio in termini narrativi, sono l’elemento femminile e la sua sessualità ad essere al centro e a scatenare le già citate avventurose vicende. Le odissee notturne di Bill danno la possibilità di mostrare altri esempi di illuminazione ed uso del colore.

Il fatto si svolge nel periodo natalizio, quindi sia la città che gli appartamenti sono addobbati a festa, con luci e alberi di natale. Quello che visivamente appare più suggestivo è l’albero allestito nell’appartamento di Domino.

Le luci scelte sono di molteplici colori, direi arcobaleno: ed è proprio questo un ulteriore elemento che torna altre due volte nel film. Nell’incipit, due donne ospiti alla festa di Ziegler cercano di sedurre Bill, tenendolo a braccetto una a destra e l’altra a sinistra, dicendogli di volerlo condurre “dove finisce l’arcobaleno”. Rainbow è inoltre il nome dell’ambiguo negozio di noleggio di costumi dove Bill si reca per affittare l’abito per la misteriosa “festa” alla dimora settecentesca.

Cosa rappresenta dunque l’arcobaleno? Un ingresso al mondo del piacere? Un varco attraverso cui passare per accedere a un luogo sconosciuto? Tutto sommato Kubrick non vorrebbe che se ne approfondisse il significato.

Sta a ciascun spettatore cogliere il senso di ogni immagine, costruita seguendo un processo creativo a dir poco eccezionale, unico. Ricordiamo infine che oltre ad essere un grandissimo conoscitore di ogni aspetto relativo alla genesi di un film (dalla stesura della sceneggiatura, si divertiva a girare personalmente facendo le veci dell’operatore, fino alla post-produzione) Kubrick era affascinato dal mondo della fotografia, essendo stato, nel periodo considerato di formazione, un giovane fotoreporter.

Guardando le sue fotografie si può già individuare il genio creativo che regalerà all’ambiente cinematografico e il suo personale sguardo nei confronti del mondo.

Nata a Firenze, dove ha conseguito la Laurea Specialistica in Storia e critica del Cinema (Facoltà di Lettere e Filosofia). Dal 2011 lavora presso una Dimora Storica Fiorentina, operando in ambito culturale. Nel tempo libero continua a coltivare la sua grande passione per il mondo cinematografico.

Commenti

  • Gaetano Barbella
    27 Giugno 2019

    Il rosso è il primo colore dell’arcobaleno e si ritiene sia anche il primo colore percepito dai bambini, il primo a cui tutti i popoli hanno dato un nome.

    Il blu è il colore del silenzio, della calma e della tranquillità, della tenerezza, della gioia di vivere. È il colore della contemplazione e della spiritualità.

    Come si può capire questi due colori ci riportano a due stadi che con l’esoterismo hanno a che fare.

    Un secondo risvolto del film.

    Kubrik, nel disporsi a fare il film in questione ha preso a piene mani dall’esoterismo e senza distinzione fra “tenebre” e “luce”. Su questo tutti sono concordi, ma apprestarsi a esaminare il suo lavoro non si può evitare di inciampare a piè sospinto su architetture ben congegnate, proprio dagli influssi esoterici in qualche modo.

    L’arte del mondo del cinema si basa sull’abilità di creare realtà con la finzione scenica, ma è proprio questo l’intento dell’arte magica per creare la giusta barriera di confine tra il di qua con l’aldilà, dove si entra solo da “morti”.

    Il film di Kubrik sembra prepararci a questo valico, nel senso che ci informa in modo criptico su ciò che normalmente ci viene dalla letteratura esoterica, delle tenebre e/o della luce.
    Faccio questa distinzione ma non si può capire quale sia veramente l’una e l’altra perché si tratta di “due che debbono unirsi” ma è impossibile che ciò avvenga.

    In Alchimia questo connubio è noto col nome di conciliatio oppositorum: l’alchimista, quindi, non potendo rinunciare né all’uno né all’altro, deve riuscire ad amalgamare e fondere insieme Spirito e Corpo, realizzando appunto la conciliatio oppositorum.
    Gli opposti devono prima lottare divorarsi ed uccidersi a vicenda perché la loro unione possa realizzarsi. Questa operazione ha due aspetti, quello del costringere la terra corporea e pesante (le tenebre) ad elevarsi verso le regioni dello Spirito e quello consistente nell’obbligare lo Spirito ad abbandonare i “cieli filosofici” (la luce), ove può spaziare liberamente, costringendolo a discendere nelle regioni più pesanti e condizionate dai vincoli terrestri perché possa vivificare rivitalizzare e “rendere consapevole” il corpo.

    Ecco che arriviamo alla scena fondamentale della sala del biliardo, il cui scenario è il dialogo fra il crudele Ziegler e l’umanista Bill, che impersonano appunto i due della conciliatio oppositorum alchemica.

    Il passo è breve nel capire che il titolo del film Eyes Wide Shut, col suo “vedere” e non “vedere”, porta alla consapevolezza dei due impossibili “amanti” che solo da morti potranno unirsi per sempre e traslare ogni cosa del vedere inconcepibile nel solve ef coagula, la frase in cui è racchiusa tutta l’arte dell’Alchimia. Infatti caso vuole che, alla fine del lavoro del film muore, Stanley Kubrik (il vecchio Sole alchemico che si eclissa) seguito dalla separazione della coppia Nicole Kidman-Tom Cruise (un’inattuabile matrimonio a causa di una pseudo religione, Scientology).

    Adesso tutto è chiaro, Solve et Coagula è l’oltre di Eyes Wide Shut ed è Ziegler il fuoco distruttore del Solve, visto come un crudele, ma poi è Bill, peraltro un valente medico, che con il Coagula tutto ricompone con spirito umanitario.

    Cordialità

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