Don McCullin: lo scatto di una vita

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Febbraio 1968, Soldato Americano ferito alle gambe, Hue, Vietnam

Donald Mccullin è il fotografo di cui vi parlerò oggi, uno dei più grandi reporter di guerra ma soprattutto dei conflitti urbani, colui che più di ogni altro ha mescolato drammaticamente lavoro e storia personale. Ogni scatto ci parla sia delle tragedie del mondo che della rievocazione della sua dura infanzia, di miseria e violenza.

Ecco Don McCullin immortalato da Anthony Loyd durante un reportage ad Aleppo, in Syria.

Ecco Don McCullin immortalato da Anthony Loyd durante un reportage ad Aleppo, in Syria.

Nato il 9 ottobre del 1935 a Finsbury Park, al tempo un quartiere malfamato di Londra, inizia la sua carriera fotografica solo nel 1959. Poco si sa della sua vita privata fino alla morte del padre, avvenuta quando aveva solo 14 anni, evento che lo ha segnato profondamente: “La morte di mio padre aveva ucciso ogni fede in Dio e la mia rabbia era così forte che non rispettavo più nessuno, nemmeno me stesso”. La vera svolta per il giovane Don arriva con la scoperta del mondo della fotografia, lo stesso mondo che lo ha salvato da un ambiente ostile da cui ha sempre voluto fuggire.

Londra 1958, il giornale inglese "The Observer" pubblica la prima foto ufficiale di Don McCullin. Nella foto la banda criminale "The Guv'nors", accusati dell'uccisione di un poliziotto da parte di uno dei membri.

Londra 1958, il giornale inglese “The Observer” pubblica la prima foto ufficiale di Don McCullin. Nella foto la banda criminale “The Guv’nors”, accusati dell’uccisione di un poliziotto da parte di uno dei membri.

Le difficoltà incontrate e la fotografia sono la miscela perfetta per il suo stile, dove vengono rappresentate crude scene di guerra e conflitti sociali, che lo hanno messo a dura prova nel corso degli anni ma che, allo stesso tempo, lo hanno aiutato a formare il proprio carattere, permettendogli di assistere a qualsiasi situazione il mondo gli mettesse davanti. La sua prima foto, in cui ritrae una banda di criminali, “the Guv’nors”, venne pubblicata dal “The Observer”, nel 1958, noto giornale britannico, ma è dalla metà degli anni ’60, fino alla metà degli ’80, che McCullin ha svolto la maggior parte del suo lavoro, collaborando con il Sunday Times Magazine, testimoniando ciò che accadeva in Africa e in Vietnam. E’ proprio su questo aspetto che mi voglio soffermare: in undici anni di guerra McCullin si reca per ben 15 volte in Vietnam ma l’anno più significativo è il 1968, quando si ritrova nel bel mezzo della “Battaglia di Hue”, un confronto che lo segna profondamente e che lo traumatizza nonostante le tante avversità ormai superate. Questa è una delle immagini più significative di quella battaglia: due soldati tentano di salvare un proprio compagno proteggendosi dal fuoco nemico, con il rischio di perdere due vite per salvarne una.

“La composizione è perfetta, ci sono sofferenza e umanità. Pensa che rischiavano di morire tutti e tre, così li aiutai”. McCullin fu di grande aiuto nel portare in salvo il soldato ferito, e, con il suo gesto si guadagnò il rispetto e soprattutto la fiducia degli altri soldati, cosa che gli consentì di viverci insieme, trattato come un fratello. “I soldati non si fidano degli estranei ma solo dei loro compagni, perché gli estranei arrivano guardano e poi se ne vanno, mentre loro devono restare”. Rimase con loro per due settimane, vivendo una situazione tragica ma che gli permise di lavorare in modo prolifico.

Non era la prima volta in cui McCullin si trovava a soccorrere qualcuno: esattamente 4 anni prima, durante la sua permanenza a Cipro, il fotografo salvò un bambino di tre anni dalla zona di fuoco, abbandonando la propria macchina fotografica sul campo. Da allora si impose una regola da rispettare per tutta la vita: “Bisogna sempre restituire, dare qualcosa in cambio quando si è in una situazione da cui si sta solo prendendo”.

Hue, Vietnam 1968

La foto è stata scattata nel 1968 a Hue, nel periodo di permanenza con i Marines ; rappresenta un soldato americano che osserva cosa accade fuori dalla finestra, ma il contrasto forte di questa immagine è la foto che si trova in basso, in cui sono raffigurati coloro che vivevano nella casa prima dell’invasione. Tutto ciò suscita una grande tristezza, ma la scena potrebbe non essere del tutto naturale: il rapporto che aveva instaurato con i compagni, infatti, gli permetteva di costruire dei veri e propri piccoli set.

Le guerre rappresentano sempre orrori, violenze, crudeltà; ci possiamo emozionare davanti a uno scatto ma non possiamo sentire la stessa emozione di chi la guarda attraverso il proprio obbiettivo, ci sono momenti in cui  si deve scattare e momenti che vanno solo vissuti, ma la fotografia è anche comunicazione e informazione.

C’è un’ultima foto del Vietnam che vorrei mostrarvi; penso sia un’immagine forte, che dimostra come anche in guerra esista umanità tra i popoli in conflitto, e molto probabilmente la preferita di Don.

Febbraio 1968, Hue, Vietnam, la foto che vediamo sembra raccontare un semplice soldato che porta in salvo un' anziana signore vietnamita, ma è il dettaglio  che fa la differenza, sull'elemetto del Marines si nota una croce, era il cappellano dell'esercito, l'uomo è disarmato non combatte, e nel bel mezzo della battaglia cerca di portare in salvo l'anziana donna.

Febbraio 1968, Hue, Vietnam, la foto che vediamo sembra raccontare un semplice soldato che porta in salvo un’ anziana signora vietnamita, ma è il dettaglio che fa la differenza, sull’elemetto del Marines si nota una croce, era il cappellano dell’esercito, l’uomo è disarmato non combatte, e nel bel mezzo della battaglia cerca di portare in salvo l’anziana donna.

“Un gesto di umanità nel mezzo della più terribile delle distruzioni”.

Personalmente credo che i migliori guerrieri non siano quelli che portano il fucile, e, secondo me, è questo che Don McCullin ci sta comunicando con la foto. Il Vietnam è stato forse il reportage più significativo per lui ma è anche stato il viaggio che lo più ha riempito di forti emozioni: le due settimane con i soldati gli fecero vivere momenti di tensione, paura, fino a fargli perdere la ragione, un’ esperienza che lo cambiò interiormente ma che allo stesso tempo lo lanciò verso nuove prospettive.“Quando sono tornato ho fatto una doccia lunghissima, speravo di piangere ma da dove vengo io, Finsbury, non si piange, è un segno di debolezza e di sconfitta”.

Dopo il Vietnam, ci fu un secondo lungo ed importante viaggio, quello in Nigeria, durante la guerra del Biafra. Le immagini del Vietnam lo avevano toccato nel profondo, tormentato, segnato e sicuramente, il grande fotografo prova lo stesso tutt’oggi nel riguardarle, ma una foto forse più di tutte le altre, scattata durante la guerra in Nigeria, lo ha toccato nell’anima: in mezzo a tutti i bambini denutriti, ne spiccava uno in particolare, era albino e teneva semplicemente in mano una scatola di cibo vuota. La cosa che più impressionò Don, non fu soltanto l’immagine stessa, quella scena, ma il fatto che il bambino venisse disprezzato, nel bel mezzo di una situazione che già era orrenda.

Biafra, 1969

Biafra, 1969

Negli ultimi tempi della sua carriera Don si dedica alla fotografia paesaggistica, forse per trovare quella pace che gli manca da molto tempo, o che molto probabilmente non ha mai trovato.

East Somerset, winter morning 2001

East Somerset, winter morning 2001

Ciò che mi ha spinto a scrivere su di lui è la sua determinazione, che lo rende diverso dagli altri, il partire dal nulla, uscire da un mondo ostile, con mille difficoltà e tanti problemi interiori, grazie ad una passione che lo ha fatto diventare grande.

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Foto del profilo di Gianmarco Caroti

About Gianmarco Caroti

Ero ancora piccolo quando trovai la Nikon di mia madre in un cassetto, allora era solo un gioco, oggi quel gioco è diventata la mia passione più grande, che tutt'ora porto con me, nella vita di tutti i giorni...

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